La formazione di un gruppo umano, i palestinesi (15set2015)

Ci sono molti modi per cercare di capire il complesso rapporto tra un gruppo umano ed uno specifico territorio e anche per capire quanto e come l’autocoscienza collettiva condivisa si sia formata.
I geografi danno rilevanza anche all’aspetto fisico e cercano di comprendere come, storicamente e socialmente, si sono costruite nel tempo le relazioni tra esseri umani e ambiente.
Il territorio che va dalla linea costiera mediterranea fino al fiume Giordano lungo l’asse ovest-est, e dal fiume Litani (circa, un poco più a sud) fino alla costa del Sinai sul Mar Rosso lungo l’asse nord-sud è lo spazio geografico che genericamente possiamo intendere sia la Palestina. Già questa affermazione può suscitare immediate proteste e contestazioni (anche virulente), ma questo è appunto la prova del grado di ambiguità/soggettività delle definizioni (cioè attribuire un nome) quando si parla di territori. Gli esseri umani sono molto “fisici” oltre che ”mentali” e non riusciamo a fare a meno di concretizzare alcune delle nostre ”idee” collegandole/fissandole a elementi fisici. Nel caso dei confini di un territorio, nonostante le continue prove contrarie, tendiamo a legarli/fissarli ad elementi fisici, e nella cosiddetta modernità il consolidamento e la diffusione in tutto il mondo della forma stato come organizzazione politica dello spazio ci ha portato a credere che i confini di uno stato siano in qualche modo “naturali”, cioè anche veri e fisici, e che quindi abbiano un senso proprio. Da qui le possibili contestazioni di cui ho parlato prima.
Ripeto che la definizione di Palestina va intesa come generica. Stiamo parlando di un territorio che dal punto di vista dell’insediamento umano ha una storia molto lunga e cioè ha visto il passaggio e l’insediamento successivo e sovrapposto di diverse e numerose popolazioni. Il che contrasta con la moderna idea/finzione che ogni stato sia e debba essere “nazionale”, cioè che sia abitato da un popolo che ha diritto a stare lì perché c’è “da sempre”. Non esistono stati così nella realtà. Ma contro le iconografie, cioè le strutture simboliche che i gruppi umani e i singoli si costruiscono, non c’è possibilità di vittoria se non nel tempo e con una precisa volontà in tal senso.
Questa introduzione/premessa perché, se questo vale in qualunque situazione, ci sono specifici territori che hanno avuto ed hanno una “storia” più ricca e anche più complicata; cosa che rende più impegnativo cercare di capire le dinamiche di ieri e soprattutto di oggi.
La Palestina è un territorio nominalmente e storicamente piuttosto vecchio e i palestinesi come li intendiamo oggi invece sono piuttosto giovani; gli ebrei sono un gruppo umano piuttosto vecchio, ma lo stato di Israele è piuttosto giovane. Quell’area è un caso geopolitico da manuale per studiare contemporaneamente molti (forse tutti) gli attori e i fattori geopolitici: territorio, confini, stato, popoli, religioni, identità, fisicità, diritti, ragioni e torti, ecc.. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Prendiamo i palestinesi. Come ho detto sono un gruppo “giovane” come identità collettiva condivisa, pur vivendo in un territorio storicamente molto vecchio e quindi potendo vantare una permanenza nel luogo molto lunga. Ma la questione dell’identità collettiva e soprattutto dell’autocoscienza condivisa è sempre complicata e vede molti fattori in gioco. Con quell’ambiguità di fondo già citata e cioè il fatto che consideriamo gli stati moderni come territorio di una “nazione/popolo” anche se questo non è vero. Basti pensare al mantra ripetuto per la cosiddetta soluzione dell’annosa questione israelo/palestinese: due stati per due popoli, contraddetto concretamente dal 20% di popolazione arabo/palestinese in Israele e dalle centinaia di migliaia di coloni ebrei attualmente in Cisgiordania nei cosiddetti insediamenti/settlements.
Tra tutti i fattori in gioco consideriamo solo la questione dell’identità collettiva condivisa dei palestinesi e del suo formarsi, perché è un caso di studio interessante e per certi versi emblematico. Noi italiani dovremmo capirlo meglio di altri visto che c’è ancora oggi chi sostiene che gli italiani non sono ancora “fatti” a 150 anni dalla proclamazione dell’Italia, intesa come stato che “contenga” gli italiani. E nonostante che questa fosse l’intenzione dichiarata fin dall’inizio: ricordate la frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”?
I palestinesi si sono “fatti” come coscienza collettiva a seguito di un processo storico recente con molti attori, con molti eventi traumatico/rivoluzionari, con molte fasi di transizione. E anche con molti scontri e conflitti locali inseriti nel “grande gioco” della geopolitica internazionale. E, dico io, sostanzialmente senza volerlo inizialmente.
La questione dell’identità di un gruppo umano vede sempre come fattori forti il contesto politico entro cui di dispiega, le caratteristiche geografiche del territorio, le abitudini di vita quotidiana che comprendono anche le iconografie, i simboli diffusi; quelli che molti chiamano valori, tradizioni ecc..
Dal punto di vista storico-geopolitico la Palestina dalla fine dell’Ottocento ha visto, dopo un plurisecolare abbastanza stabile controllo territoriale, la fine dell’impero Ottomano a seguito della prima guerra mondiale, il mandato amministrativo inglese per conto della Società delle Nazioni fino a poco dopo la fine della seconda guerra mondiale [1948] e subito dopo l’istituzione dello stato di Israele a seguito di un conflitto cruento, lo stato di continua belligeranza (teorica, ma con momenti di conflitto armato tra Israele e gli stati confinanti ([1956], 1967, 1973) fino alla pace con l’Egitto nel 1979, le tensioni ed i conflitti nell’area circostante (Libano, Iraq e oggi Siria) oltre al fenomeno del terrorismo (indipendentista e di stato).
La conformazione fisica della Palestina, sul mare, ma in una zona non particolarmente pescosa, con una stretta pianura costiera e con colline progressivamente più aride andando verso e oltre il fiume Giordano, non ha favorito in passato l’insediamento di gruppi numerosi. E’ stata però una zona di passaggio tra penisola anatolica ed Egitto come pure tra alcuni porti costieri (Giaffa in primis) e l’interno che però subivano la concorrenza delle città-porto fenicio-libanesi come sbocco per le merci che venivano e andavano dalla/alla Mesopotamia.
La lunga permanenza dell’influenza islamica proveniente dall’Egitto prima e dall’impero Ottomano dopo ha contribuito a quella stabilità economico sociale che ha fatto mantenere nel tempo abitudini di vita e non percepire il lento, inveitabile, e forse per i locali impercettibile, cambiamento della deriva culturale. Inoltre, a noi che viviamo in un’epoca di viaggi e collegamenti rapidi “globali”, si deve ricordare che fino alla prima guerra mondiale il raggio dei contatti economici e sociali della maggioranza della popolazione in Palestina era, per forza di cose, limitato ad un’area di pochi o poche decine di chilometri.
In queste condizioni il senso di appartenenza culturale e collettivo dei palestinesi come gruppo era riferito a grandi aree/gruppi rappresentati dall’Islam (sunnita) e dall’impero Ottomano, linguisticamente dall’arabo siriano ed economicamente dalle attività agricole e pastorali con limitati punti commerciali di transito nelle poche città numericamente consistenti. La Palestina era un’area che non si sentiva sostanzialmente “differente” come identità rispetto al grande territorio circostante abitato da arabi, pur avendo le sue particolarità come avviene dovunque per tutti i gruppi umani. La presenza storica di arabi cristiani, di ebrei e drusi (e curdi, e circassi, ecc.) era rappresentata da una minoranza complessivamente non molto consistente e territorialmente frammentata e localizzata. Questo ha portato qualche studioso ad affermare (spesso per fini polemici e/o ideologicamente finalizzati) che i palestinesi non esistevano, come pure la Palestina come entità in qualche modo riconoscibile “politicamente” o istituzionalmente.
In ogni caso mi sento di affermare che il senso di appartenenza identitario collettivo come oggi lo intendiamo non c’era o era limitato a pochi intellettuali.
Come succede quasi sempre l’entrata in gioco di nuovi fattori e la rapidità di tale dinamica sono stati elementi determinanti nel cambiamento che ha innescato un processo di progressiva costruzione dell’identità palestinese.
La scomparsa dell’impero Ottomano, il mandato inglese e il contemporaneo “formarsi” (guidato dalla Gran Bretagna) degli stati nazionali nell’ex impero (Iraq, Giordania, Arabia Saudita ecc.) in contemporanea con l’arrivo dei “nuovi”, cioè l’immigrazione ebraica dall’Europa in quantità crescente, hanno modificato profondamente le dinamiche socio-economiche interne innescando il conflitto territoriale che ancora non ha trovato soluzione.
E la differenza che sottolineo è che i “nuovi” arrivati, in particolare tra le due guerre, avevano una mentalità istituzionale europea e cioè avevano ben chiaro l’obiettivo di uno stato visto che si sentivano già (e fortemente, per varie ragioni) una nazione. Il termine “focolaio nazionale” della dichiarazione Balfour del 1917 per un europeo non può che voler dire uno stato proprio.
I riferimenti iconografici istituzionali palestinesi invece erano ancora quelli di diversi soggetti decisionali in un misto di tradizione e “modernità” che ancora non trovava né una forma politica definita o condivisa (regno, repubblica, cos’altro?) né territoriale (con quali confini?) sotto lo slogan dell’indipendenza dagli inglesi. Tra le due guerre la visione di una possibile entità statale allargata con Siria e Libano era diffusa. Una fase formativa importante è stato il periodo della Thawra, la “rivoluzione” del 1936-39.
I fatti storici in Palestina sono stati studiati e analizzati da molti e in molti libri. Impossibile rifare qui la storia. Considererò brevemente solo il senso di appartenenza ad una identità condivisa “diversa” da altre (e in rapporto con uno specifico territorio).
Dopo la guerra mondiale e dopo il conflitto armato con quelli che dal 14 maggio 1948 diventano gli israeliani il senso di identità e di appartenenza palestinese è ancora legato al “grande” mondo arabo che tramite alcuni suoi stati interviene militarmente (1948-49, [‘56], ‘67, ‘73) per sostenerli.
La pace firmata dall’Egitto nel 1979 e la sempre più evidente riluttanza degli stati arabi a intervenire militarmente rende concreta nella percezione palestinese che tra gli arabi loro sono “particolari” e che dal 1967 la terra dello stato di Israele con i Territori Occupati è il loro esclusivo spazio “nazionale” per cui … se la devono cavare da soli. E così avviene, con la prima e poi la seconda intifada, con gli accordi di Oslo del 1993, anche con la formazione di una opposizione politico-ideale ad Al Fatah rappresentata da Hamas.
Paradossalmente, e diversamente da quasi tutti gli altri possibili esempi storici, l’identità palestinese si forma senza un territorio realmente proprio a disposizione dove costruirlo. Il senso di comune appartenenza si sviluppa in un percorso di progressiva diversità (dagli ebrei “stranieri” e “colonizzatori”, dagli altri stati/nazione arabi) in un processo che investe anche la lingua, la cultura, la vita quotidiana. E in un rapporto articolato e difficile da delineare con le molte diaspore palestinesi che nell’insieme hanno una consistenza numerica non indifferente. Va ricordato che i palestinesi sono l’unico gruppo cui l’ONU riconosce il passaggio per eredità dello status di rifugiato sia pur legato alla residenza in un “campo profughi”, per cui oggi i palestinesi della diaspora sono molti di più di quelli che vivono in Cisgiordania e a Gaza.
Oggi il palestinese c’è (vedi Elias Sanbar, 2005) e la sua identità condivisa si è costruita in un processo storico relativamente lungo (qualche decennio) sviluppatosi però in diverse fasi e in diversi territori in un continuo intreccio mentale tra il luogo dove si vive (Territori Occupati, Gaza, la Giordania, i campi profughi vicini nei paesi confinanti [Libano, Siria, Egitto], quelli lontani e le comunità in Europa e nel mondo) e l’idea della Palestina come luogo/terra del ritorno e della costruzione del futuro dei figli. Che pure rimane una iconografia ben presente. Un’idea forte, raccontata in famiglia e tramandata alle giovani generazioni che non l’hanno mai vista la Palestina (se non in TV). Ma è un collante forte ed esclusivo perché nei campi, ormai urbanizzati, e nella diaspora lo spazio che è degli “altri” che ti ospitano lo si vive tutti i giorni e l’occupazione militare (e dei coloni) israeliana in Cisgiordania sottolinea quotidianamente l’importanza della terra e di chi ha diritto a gestirla da proprietario.
Paradossalmente la determinazione del sionismo ha forgiato e forgia simmetricamente una appartenenza altrettanto forte e determinata. Il territorio si può condividere, ma le iconografie e i simboli no. Su quelli si dovrebbe lavorare per uscire dallo status quo.
Negli ultimi 25 anni circa una forte iconografia, l’islam politico, è entrato con forza come attore geopolitico nel Medio Oriente in generale e in Palestina. Non è una iconografia nuova, anzi, la sua forza politica e geopolitica si fonda proprio su una dimensione temporale più che millenaria e sull’intreccio, consolidato e accettato, con abitudini di vita quotidiana.
In Palestina l’islam politico è rappresentato da HAMAS (acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya‎, Movimento Islamico di Resistenza, ovvero, foneticamente, “entusiasmo, zelo, spirito combattente”); ha cominciato a mostrare la sua presenza (sia pur molto minoritaria) nella prima intifada del 1987, ma molto più effettiva durante al seconda (2000) per poi dispiegarsi in modo più evidente con la vittoria alle elezioni democratiche (le prime in assoluto in un paese arabo) del 2006 che sono sfociate nello scontro politico tra l’OLP a guida di al Fatah e Hamas. A Gaza nel 2007 lo scontro è stato anche militare e Hamas, vincente sul terreno, da allora governa Gaza e la controlla anche iconograficamente tramite l’imposizione nella vita civile di pratiche “corrette” dal punto di vista religioso.
Le condizioni ambientali in senso ampio sono significative e influenti nel caso specifico di Gaza e dei territori occupati della West Bank. L’ancora irrisolta questione Israelo-palestinese è non solo un concentrato teorico-pratico di (quasi) tutte le dinamiche geopolitiche, ma anche una sorta di banco di prova non teorico, ma “sul terreno”. L’occupazione della West Bank incide sull’ambiente con le sue limitazioni territoriali al movimento delle persone (selezionate per appartenenza) e le sue limitazioni all’uso del territorio per fini abitativi e/o economici, secondo diversi gradi di privilegio ed esclusione. Il blocco territoriale di Gaza incide sulle dinamiche politiche interne come pure sull’uso economico del territorio e sulle relazioni sociali. Con delle differenze tra le due situazioni (WB e Gaza) dovute proprio alla diversa tipologia dei modo in cui il territorio è fisicamente controllato.
Paradossalmente a Gaza i palestinesi sono più liberi di muoversi pur essendo ingabbiati senza uscita in un piccolo territorio e controllati elettronicamente; ma quando si muovono all’interno della Striscia non ci sono check-point e tutti quelli che incontrano sono palestinesi. Le differenze sono interne al gruppo culturale e seguono gli stessi meccanismi di differenziazione di potere e di ricchezza di tutte le piramidi socio-economiche del mondo. Nei Territori Occupati la teorica maggior libertà di movimento si scontra con la prassi quotidiana dei check-point fissi e mobili, del muro, dei reticolati, delle strade proibite sempre e di quelle chiuse a discrezione in nome di una “sicurezza” solo per alcuni (settlers e israeliani) e con una differenziazione di possibilità a seconda del colore della targa dell’auto e del documento di identità. Con i palestinesi di Gerusalemme, sostanzialmente apolidi, ma con i maggiori “privilegi” per la mobilità personale fino ai palestinesi delle zone marginali della cosiddetta Area C (per la maggior parte beduini) che vivono le limitazioni più forti sia per la mobilità che per l’uso del territorio, anche se “di proprietà”.
Il grado di libertà personale palestinese è quindi molto territoriale e molto dipendente da chi esercita materialmente il potere su quel territorio; il potere effettivo, amministrativo e politico, di chi decide cosa si può fare e non, chi è autorizzato o no. Nella West Bank sono diversi soggetti istituzionali israeliani e palestinesi (nelle zone A e parzialmente B), a Gaza è Hamas.
In una simile situazione di potere gerarchico strutturato credo che non sia un caso che un certo numero di palestinesi, giovani soprattutto, abbia attinto al pensiero e a pratiche anarchico-libertarie per dare forma teorica al proprio desiderio di ribellione (l’incontenibile spinta alla libertà dell’individuo di cui parlava Eliseo Reclus come di una “legge”) nei confronti del potere.

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