I limiti fisici e culturali del cosiddetto Califfato (gennaio 2016)

Le dinamiche geopolitiche contemporanee vanno sempre lette nel contesto territoriale e culturale più ampio rispetto alle zone dove effettivamente si stanno verificando i fatti. Ed è necessario anche cercare di individuare quali fattori vengono dal passato e da quanto lontano. Questo è il tipo di approccio del geografo politico, che parte dall’oggi, pratica la comparazione e risale al passato di alcuni fattori per verificare quanto sia lunga la loro durata.
Nel caso delle dinamiche del Medio Oriente, nel caso specifico il territorio della Mesopotamia storica, i fattori principali da considerare sono sostanzialmente tre: 1) la specificità delle strutture socio-culturali presenti, 2) le fasi storiche che si sono succedute e il cambio di “visioni” che hanno comportato, 3) gli effetti del colonialismo prima e dopo la formazione degli stati-nazione “guidata” da inglesi e francesi.
Oggi la situazione va vista anche all’interno delle grandi dinamiche geopolitiche globali che sono orientate dal gioco delle grandi potenze (i cinque membri permanenti con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ONU) e dalle potenze regionali che cercano uno “spazio” localmente: Arabia Saudita, Iran, Turchia. Fa parte del quadro complessivo anche la situazione di neocolonialismo economico centrato sulla necessità di controllo della produzione energetica (petrolio e gas) così necessaria al nostro stile di vita e che orienta, se non determina, le nostre alleanze geopolitiche, a favore di Egitto (nonostante il colpo di stato) e Arabia Saudita, che interpreta l’islam in modo più rigido dell’Iran.
Per quanto riguarda la specificità delle strutture socio-culturali presenti dobbiamo sottolineare che ci sono diversi islam (divisione sciiti e sunniti), ma anche diversi modi di vivere e praticare la religione nei diversi stati. La ormai pluridecennale divisione confinaria ha innescato la formazione di pratiche e visioni “nazionali” circa il rapporto tra politica e religione.
Le fasi storiche che si sono succedute in Mesopotamia sono sostanzialmente 4: l’impero ottomano fino alla prima guerra mondiale, 2) i mandati inglese e francese tra le due guerre, 3) il periodo della presa del potere dei militari “modernisti” e laici poco dopo la seconda guerra mondiale, 4) la riproposizione dell’islam come proposta politica dal 1980 (circa) in poi.
Sotto l’impero ottomano i poteri e i nobili locali avevano un discreto margine d’azione purché riconoscessero l’autorità del sultano, dei turchi e pagassero le tasse. Questo non ha impedito lo scoppio ripetuto di rivolte dovute ai contrasti (anche storici) tra i diversi gruppi locali e/o per protesta per le condizioni di inefficiente dominio dell’impero.
Durante i mandati inglese e francese vennero formati gli stati nazionali dell’intera area, ma sotto controllo di tipo coloniale e con istituzioni (regni con gli inglesi e repubbliche con i francesi) e soprattutto confini definiti dalle potenze mandatarie. I confini decisi dall’alto sono una delle cause della conflittualità odierna tra gruppi umani perché costretti entro uno stesso stato o divisi da linee di separazione subite.
Dopo la seconda guerra mondiale la progressiva fine del controllo inglese e francese su stati corrotti e inefficienti ha stimolato la diffusione di colpi di stato militari (da Nasser nel 1952 a Gheddafi nel 1969) che avevano l’obiettivo dichiarato di raggiungere una reale indipendenza e di modernizzare i propri stati. Forte ruolo politico dei militari e partito unico, oltre all’incarceramento degli oppositori, “rivoluzione modernista” e tecnocratica (inizialmente) laica sono stati tra gli strumenti principali di tale processo.
Dopo la crisi petrolifera degli anni ’70 e l’inizio del processo di globalizzazione gli stati erano comunque ancora autoritari, clientelari e inefficaci nel distribuire la ricchezza interna in modo più equo; l’insoddisfazione e la protesta sono state raccolte da movimenti di base come le antiche confraternite e relativamente nuovi soggetti tra cui i Fratelli Musulmani che erano da tempo i più presenti e conosciuti. I leader autoritari, comunque appoggiati dall’Occidente o dalla Russia perché mantenevano la “stabilità”, con la loro repressione non sono riusciti comunque a ridurre il consenso ai movimenti sociali islamici, ma hanno favorito anche la crescita di gruppi che non vedevano altra via dell’azione violenta per il cambiamento e per l’affermazione dell’islam come pratica politica istituzionale.
L’appoggio a gruppi combattenti religiosi contro i russi in Afghanistan (da cui è nato Bin Laden e poi al Qaeda), l’intervento militare sempre in Afghanistan e poi lo sconsiderato intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein dopo averlo sostenuto con armi e soldi nella guerra contro l’Iran, la ripetizione dell’errore con il sostegno ad alcuni gruppi ribelli in Siria hanno provocato la proliferazione dei gruppi violenti cosiddetti salafiti e la crescita del ruolo di alcuni attori locali quali Turchia e Qatar (a sostegno dei Fratelli Musulmani) e dell’Arabia Saudita (a sostegno dei salafiti). L’esperienza del presidente Morsi in Egitto ha evidenziato la disponibilità della Fratellanza a partecipare alle elezioni (anche perché tendenzialmente le vince) oltre alla incapacità di gestire uno stato; passare da gruppo represso politicamente e auto-organizzato socialmente alla base alla gestione efficace di uno stato necessità tempo per imparare. Lo slogan “l’islam è la risposta” ossessivamente dichiarato “prima”, alla prova dei fatti ha mostrato tutta la sua genericità.
Una volta innescate e favorite le dinamiche combattenti i leader degli stati che vorrebbero essere egemoni tendono a dimenticare le lezioni passate (come il caso Bin Laden) e che i soggetti combattenti (o qualcuno di essi) cominciano a decidere autonomamente obiettivi, strategie e modalità di comunicazione grazie al fatto che il sistema mediatico mondiale è sempre più sensazionalistico e contribuisce a rafforzare e a ingigantire la forza e l’importanza dei cosiddetti “terroristi”.
L’ISIS-DAESH si inserisce in questo quadro come esito della dinamiche evidenziate. Il suo riferimento iconografico (cioè ideale-culturale) dichiarato è arabo-sunnita e rimanda agli inizi dell’islam, inteso come periodo della purezza teologica e della pratica religiosa, e non a caso il leader si è autoproclamato califfo con il nome di Abu Bakr, primo califfo alla morte del profeta, suo amico e compagno dalla prima ora. L’interpretazione dell’islam affermata dal cosiddetto califfo è molto semplificata e parziale, ma siccome si rivolge prevalentemente a giovani maschi impreparati sia culturalmente che teologicamente che si muovono per spinte più psicologiche personali che per altro, l’effetto di giustificazione religiosa di ogni nefandezza compiuta funziona con molta efficacia.
Il tipo di soggetti geopolitici a-statali come il califfato, e Boko Haram in Nigeria per esempio, saranno sempre più presenti e difficili da combattere perché la flessibilità/mobilità (molto sui pick-up) sono la loro arma migliore, difficile da contrastare sia da bombardamenti aerei che da un esercito di terra.
Dal punto di vista territoriale il califfato è giunto alla sua massima estensione; la sua retorica iconografica può trovare terreno fertile in ambito arabo-sunnita, ma l’Iraq e la Siria, che sono la rivendicazione ufficiale territoriale iniziale sono circondati da gruppi umani e stati con altre iconografie anche se si tratta sempre di un ambito musulmano. Ma le differenze sia nazionali che di “etnicità” sono più forti del richiamo al califfato.
A est c’è l’Iran sciita che si è attivato per combattere Daesh sul terreno, a est e nord-est ci sono i curdi sunniti, ma che lottano per avere un loro stato da decenni, a nord c’è la Turchia, sunnita (ma con rilevante presenza alevita, una derivazione sciita) ma che si sente diversa e migliore per l’eredità storica dell’impero ottomano, contro cui gli arabi, traditori, hanno combattuto in alleanza con gli infedeli inglesi e francesi.
A ovest oltre al Libano che ha una realtà socio-identitaria articolata e in difficile equilibrio tra musulmani (sciiti e sunniti), cristiani (maroniti e ortodossi) e drusi, c’è Israele che certo è refrattario (come pure i suoi cittadini arabi-israeliani) al richiamo del califfo. Una qualche disponibilità di ascolto potrebbe esserci tra i palestinesi, vista la sistematica strisciante apartheid attuata da Israele nella West Bank e verso il “campo di concentramento” di Gaza, ma la recente cosiddetta “Intifada dei coltelli” si presenta con modalità e parole d’ordine ben diverse da quelle di Abu Bakr al Baghdadi. Verso sud c’è la Giordania, inizialmente neutrale, ma dopo l’uccisione del suo pilota catturato e propagandisticamente “bruciato” in una gabbia, ha innescato la voglia di vendetta della sua parte tribale-beduina della popolazione. Infine c’è l’Arabia Saudita, che dopo aver finanziato i gruppi salafiti in Siria (tra cui anche Daesh) e aver atteso di vedere gli sviluppi sul terreno dell’offensiva dell’ISIS, nel momento in cui al Baghdadi rivendica di essere il califfo si mette in diretta concorrenza, inaccettabile, con chi custodisce i luoghi sacri dell’islam e pretende che l’interpretazione wahhabbita, che sostiene da decenni con soldi, imam e moschee, sia la migliore e l’unica vera.
Territorialmente Daesh sta regredendo e non ha possibilità di vittoria, pur avendo provocato e potendo provocare ancora molti danni e soprattutto sofferenze e morti ad un gran numero di persone nelle zone che controlla.
Dove risulta vincente e lo sarà ancora per molto (mesi, forse anni) sarà nel sollecitare nel mondo islamico e nei paesi occidentali l’azione violenta e eclatante individuale o di piccoli gruppi: le società tecnologiche sono fragili e soprattutto deboli sul piano delle emozioni che sempre di più sono ostaggio di un sistema mediatico che ha fatto della sensazionalità, della paura e della superficialità informativa la cifra prevalente della propria azione e dei propri contenuti. In questo Daesh e chiunque si ponga su questo piano della comunicazione vince o appare più forte di quello che è in realtà. Questo in aggiunta alla tendenza degli stati democratici a diventare sempre più Security State, come sono stati definiti, cioè ridurre gli spazi di protagonismo politico dei cittadini al di fuori delle elezioni, ad aumentare i controlli sulla vita sociale e individuale dei cittadini, a legiferare norme restrittive che trasferiscono sempre più poteri esecutivi-operativi agli organi dello stato riducendo la trasparenza sui modi di agire per ragioni “di sicurezza”.

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