La logica di potenza e il caso Ucraina-Crimea (sett 2014)

La logica delle potenze e di potenza

Nel 2014 i casi della Crimea e in parte delle provincie dell’Ucraina orientale hanno rappresentato, nei fatti, elementi di novità anche, o forse soprattutto, perché verificatisi in Europa, il continente che ha elaborato teoricamente i principi del sistema internazionale attuale, che ospita ex potenze imperiali e/o colonialiste, i cui stati sono in larga parte alleati militarmente con gli USA superpotenza egemone, e che ha elaborato e messo in pratica un accordo di cooperazione politica ed economica, che pur con i suoi limiti è «la più grande unione economica della storia» (LIZZA, 2004, p.13), anche come durata; ma è anche il continente della Russia, ex superpotenza co-egemone quando era Unione Sovietica, con interessi economici e politici anche in Asia per presenza territoriale, direttamente coinvolta in Ucraina-Crimea sia sul piano teorico/razionale che in quello socio-emozionale. Sono tutti elementi che hanno fatto da contesto alla crisi geopolitica e sempre le crisi, ricorda Alessandro Colombo (COLOMBO, 2014), mettono in luce le contraddizioni delle relazioni internazionali e la finzione degli asseriti principi fondanti; quei principi che costituiscono lo «spazio rappresentato/simbolico» (EVA, 2012) che è solo una parte di quello che avviene concretamente nello spazio. Lo spazio (bio)fisico e lo spazio percepito sono gli altri due fattori dinamici che si intrecciano e sovrappongono nelle relazioni tra esseri umani e tra questi e l’ambiente (ivi).
Il cosiddetto Sistema Anarchico Ordinato è teoricamente fatto da stati uguali, sovrani e indipendenti, senza istituzioni che abbiano il potere di governarli, con diritto di non ingerenza negli affari interni il cui limite è segnato dai confini, riconosciuti internazionalmente come limite della propria integrità territoriale. In effetti gli stati vengono ammessi «per cooptazione nell’ambito di un sistema che a insindacabile giudizio boccia e promuove, ostracizza e accetta … [con rapporti interni sempre più] contrattuali,che presuppongono e riproducono la disuguaglianza strutturale tra i partner – il più forte impone le sue condizioni al più debole e dà loro valore giuridico» (LIZZA, 2009, p.16). Questa iconografia del sistema anarchico è quindi una «finzione funzionale» (EVA, 1999) quando in realtà vige un sistema gerarchico; è una narrative che si pretende che faccia funzionare pacificamente il sistema dopo i disastri dei secoli passati e delle due ultime guerre mondiali.
Durante la Guerra Fredda la paura di un conflitto nucleare tra le due superpotenze ha favorito le guerre per procura in aree e stati lontani dall’Europa, fisicamente divisa in due dalla Cortina di Ferro; per paradosso è stato un confine diretto, ma bloccato, che ha sostanzialmente «garantito» la riduzione dei casi critici che avrebbero potuto portare ad una guerra tra i due stati egemoni. I film di James Bond e simili hanno reso popolare a quale livello si sia svolto lo scontro/confronto effettivo: in tutti i film l’obiettivo degli agenti segreti «buoni» era la neutralizzazione dei comportamenti e delle azioni dei «cattivi» (russi o indipendenti) che avrebbero potuto modificare pericolosamente lo status quo e portare ad una guerra diretta.
Dalla fine del confronto bipolare USA-URSS (fine dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991), nella pratica il «gioco» degli interessi delle potenze egemoni determina l’importanza dei soggetti e delle dinamiche geopolitiche in relazione alla cosiddetta «stabilità» del sistema. Questo a prescindere dalla loro istituzionalizzazione, cioè che si tratti di stati riconosciuti, stati falliti, quasi stati, stati de facto, non-stati o soggetti dichiaratamente non statali. Caso per caso i soggetti geopolitici sono rilevanti (Somalia e Afganistan negli anni Novanta) e si interviene, o non meritano alcuna attenzione (Ruanda negli stessi anni), o si circoscrivono territorialmente (ex Iugoslavia, stessi anni) fino a quando e possibile.
Le potenze egemoni sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (con diritto di veto): USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito; il loro diritto di veto li pone sempre in condizione di egemonia, ma la potenza militare (USA e Russia) ed economica (USA e Cina, in parte Russia per le materie prime, in particolare energetiche) determinano una gerarchia anche tra gli egemoni. Di volta in volta le dinamiche geopolitiche «critiche» conferiscono un ruolo (quantomeno di consultazione) ad altri stati ritenuti importanti (dagli egemoni) che si trovano geograficamente nell’area di crisi o che hanno interessi rilevanti (generalmente economici, ma non esclusivamente) nell’area definita «instabile». Se si tratta dell’America Latina entrano in gioco Brasile e Messico, per l’Africa Sudafrica e Nigeria, in Medio Oriente Egitto e Arabia Saudita (la crescente Turchia o l’abile Qatar), in Asia India o Pakistan (per crisi territoriali) e Giappone, o l’Australia (per crisi marittime).
Sostanzialmente gli stati che hanno reale voce in capitolo in una crisi geopolitica non sono mai più di dieci, con una composizione mutevole in cui però gli USA sono sempre presenti e se si arriva a discuterne in Consiglio di Sicurezza Russia e Cina si pongono più frequentemente in contrapposizione agli USA, visto che tradizionalmente Francia e soprattutto Regno Unito sono schierati nel cosiddetto «campo occidentale» guidato dagli USA. Questo gruppo ristretto e flessibile è la vera «comunità internazionale» di cui parlano i principali mass media durante le crisi o i leader politici durante i discorsi retorici.
Il caso Ucraina-Crimea ha coinvolto teoricamente più di dieci stati, per la presenza dell’Unione Europea a 28 membri tra cui Francia e Regno Unito, e direttamente la Russia per ragioni geografiche e storico-culturali e quindi messo a confronto, potenzialmente, direttamente le primarie potenze egemoni inclusa la principale per potenza militare, gli USA. Ma in effetti tra i 28 solo Germania, Polonia, in parte l’Italia, più Francia e UK per le ragioni già citate, e i paesi baltici come blocco di piccoli stati impauriti dalla Russia, hanno avuto una qualche voce in capitolo; dunque ancora entro il numero di 10 stati con USA e Russia (e Ucraina). Quindi, si sostiene qui, non lo specifico caso in sé, ma il contesto geopolitico «vero» e non fittizio del confronto diretto e del pericolo di guerra tra potenze egemoni trasforma le caratteristiche specifiche di un caso geopolitico in fattore di crisi (potenzialmente grave).
Le crisi svelano le finzioni e mostrano la realtà (COLOMBO, 2014) e in particolare quello che è un, se non il tema principale delle relazioni internazionali, ampiamente dibattuto sia nell’accademia che a livello mediatico, e cioè la logica di potenza (MEARSHEIMER, 2003) visto che «la società di stati è il contenitore entro cui operano la distribuzione delle capacità e la logica della politica di potenza» (BUZAN, 2006, p.5).
La vulgata continuamente sostenuta dai mass media è in linea con il diffuso approccio accademico delle relazioni internazionali e della geostrategia che prende da Thomas Hobbes l’idea del permanente pericolo di guerra tra gli stati. «Sia i realisti classici sia i neorealisti tengono fede ad una visione dell’equilibrio di potenza come pratica estremamente resistente, profondamente connaturata alla sovranità degli stati e alla necessità di autodifesa, ai fini della sopravvivenza, dettati dalla struttura anarchica del potere internazionale» (BUZAN, 2009, p.55). Anche se c’è chi rileva che «nella grande società dell’umanità l’ordine potrebbe, in linea di principio, essere ottenuto in molti altri modi oltre che attraverso una società di stati sovrani, la quale non è storicamente inevitabile né moralmente sacrosanta» (BULL, 1977, p.140-141).
Per chi scrive l’equilibrio di potenza si limita alle potenze egemoni e a quegli stati che, nei diversi periodi storici, tendono o aspirano ad essere potenze egemoni (quantomeno a livello regionale se non globale). Quindi il sistema degli stati è sempre stabile e le crisi geopolitiche ricorrenti non necessariamente (quasi mai dopo la seconda guerra mondiale) mettono in pericolo la stabilità della struttura perché basta «confinarle» per contenerle; solo un confronto (e un conflitto armato) diretto tra le potenze egemoni può essere causa di instabilità perché la scomparsa o il ridimensionamento di uno stato egemone inciderebbe sulle dinamiche globali relative al «gioco» delle potenze. La stabilità consiste nel «confinamento della guerra seguito dai paesi più forti» (COLOMBO, 2006, p.302).
Va sottolineato che il ridimensionamento di Francia e Regno Unito, ex principali potenze coloniali, è già avvenuto in modo consistente, ma il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dà loro un potere superiore (anche come autostima e considerazione) rispetto alle effettive capacità di potenza globale; in ogni caso la loro geopolitica è appiattita sulle posizioni statunitensi salvo qualche occasionale ed estemporaneo distinguo della Francia, spesso per questioni di prestigio più che di sostanza.

I fattori in azione «dal basso» nelle crisi geopolitiche

Nel caso ucraino una dinamica che aveva caratteristiche politiche interne, cioè la contestazione in piazza, con occupazione della stessa, di una decisione del presidente, ha preso una dimensione sovrastatale perché la decisione presidenziale era relativa ad accordi economici (e surrettiziamente [geo]politici) alternativi: o con l’Unione Europea o con la Russia. L’aspetto rappresentato/simbolico ha preso il sopravvento sul diritto di non ingerenza spostando il dibattito e il confronto mediatico e dei leader politici, sia fuori sia dentro l’Ucraina, dalle convenienze economiche agli aspetti iconografici della scelta: o con l’Occidente, del libero mercato e della democrazia, o con la Russia di Putin, presentata come desiderosa di recuperare in parte il ruolo passato dell’URSS, potenza dominante e totalitaria nell’Est Europa; e il peso di questo ingombrante passato ancora si sente nei paesi dell’Europa orientale. L’occupazione della piazza centrale di Kiev da fine novembre 2013, con l’alternanza di trattative e repressione tra governo e manifestanti, è sfociata in uno scontro fisico a febbraio 2014 quando «l’uso legittimo della forza» da parte del governo ha provocato morti e feriti; in entrambi i campi, ma in numero molto sfavorevole ai manifestanti, come avviene di solito ed era avvenuto nei mesi precedenti in Turchia (giugno 2013) e prima ancora nelle cosiddette primavere arabe di Tunisia ed Egitto (2011-2013). E’ una condizione normale perché la polizia, e talvolta l’esercito, agiscono sempre dalla parte e per conto dei governi per «ristabilire l’ordine» e questo è un diritto legittimo interno riconosciuto a tutti gli stati.
Ma quando una crisi socio-politica scivola nello scontro violento (e armato) entrano in campo o diventano più evidenti i fattori della crisi che l’approccio mediatico e istituzionale (sia interno che esterno) tendevano a sottovalutare o a non considerare.
Questi fattori/agenti effettivi sono:
1) la conformazione del territorio (e le condizioni climatico-ambientali). Il legame di un gruppo umano con uno specifico territorio va considerato, ma tenendo conto che è socialmente e mentalmente costruito; cioè non è reale, ma ha effetti reali soprattutto nella percezione di quella che viene chiamata identità e per questo contribuisce al perpetuarsi di comportamenti. Il territorio è altro dagli umani e ha o può avere vita a sé anche a prescindere dagli esseri umani. Il territorio può favorire o ostacolare i movimenti e le relazioni (di cose, di persone e … di combattenti e/o aiuti in armi); contribuisce anche alla diversa percezione di vicinanza-lontananza tra i cittadini o tra i gruppi umani rispetto ad abitudini comportamentali che però, in caso di crisi, possono essere percepiti e/o usati politicamente come segni di «identità».
2) gli esseri umani nelle loro manifestazioni sia di psicologia individuale che di socialità, nel senso di desiderio di appartenenza ad un gruppo. La lingua è lo strumento principale di diffusione e produzione dei «memi» (DAWKINS, 1995, capitolo 11), cioè quelle idee, quegli elementi di imitazione che ci fanno sentire parte di un gruppo; la lingua è uno dei o forse il maggior fattore di coesione sociale. «La lingua è, senza alcun dubbio, uno dei più potenti mezzi d’identità di cui una popolazione dispone» (RAFFESTIN, 1981, p.107) «perché mediante quello strumento complesso che è la lingua, ci si identifica, si organizza il reale, si dà una forma all’autonomia verso la quale si tende» (ivi, p.116). Il senso di appartenenza ad un gruppo appaga la nostra socialità, aiuta a definire il senso dell’esistenza o più semplicemente ci fa accettare (acriticamente) lo stile di vita e le abitudini culturali del gruppo in cui siamo nati e cresciuti. Una crisi innesca paure e acutizza il desiderio di sicurezza e l’identificazione del- o di un nemico.
3) la distribuzione dei diversi gruppi umani sul territorio. I gruppi umani sanno sempre organizzarsi autonomamente, anche in situazioni critiche; condivisione e ripetizione di memi-comportamenti, lingua comune, legami di sangue e di conoscenza spingono a voler stare vicini e producono isole culturali, che vengono «trasferite» (idea-transfer) alla fisicità del territorio in cui si vive e che si conosce. In situazione di crisi la difesa del territorio che si sente «proprio» diventa una idea-transfer diffusa che produce segni identitari per marcare lo spazio fisico (es. bandiere o, come a Belfast e in Ulster, segnare i bordi dei marciapiedi con i colori delle bandiere inglese o irlandese). E quando si marcano i confini la loro difesa armata (o l’erezione di un muro) diventa più probabile.

I fattori 2) e 3) rientrano nella triade Storia, lingua e genere di vita, cioè quei «costumi» in cui confluiscono terra, clima, organizzazione del lavoro, tipo di alimentazione, razza, parentela, modi di raggruppamento sociale, che erano i tre fondamenti indicati da Eliseo Reclus (1990, p.47) come fattori a sostegno della «libertà di raggruppamento», costitutivi delle «regioni naturali», nel senso della naturalità con cui gli individui vogliono far parte di un gruppo e di come questo gruppo tenda a legarsi ad uno specifico territorio.
Infine in campo geopolitico il fattore da considerare, perché può essere un fattore di conflittualità, è quello di valutare quanto e come il senso di imitazione dei comportamenti quotidiani diventa Iconografia (GOTTMANN, 1952); cioè quanto i comportamenti vengono affermati come valori, tradizioni, ecc. giusti a priori. Diventa significativo allora capire come e quanto queste iconografie vengono comunicate/trasferite/imposte nei tre ambiti principali della diffusione dei memi in una situazione non conflittuale e cioè: i comportamenti nello spazio (sociale), la famiglia, la scuola. In caso di crisi queste iconografie diventano strumenti di identificazione, separazione e purtroppo anche di prevaricazione e di eliminazione dei ‘diversi’.

Il caso specifico Ucraina e Crimea

Storia e territorio. Nel caso dell’Ucraina la semplice sovrapposizione dei confini statali attuali ad una serie di carte politiche storiche (dal 1200 ad oggi) e di carte linguistiche evidenzia quanto i confini di oggi siano ‘costruiti’. Cioè quanto siano il risultato (soprattutto nel XX secolo) di vicende belliche sempre più intrecciate al conflitto ideologico seguito alla rivoluzione russa del 1917 e alla costituzione dell’URSS. Si possono notare 3-4 «Ucraine» ciascuna dai confini incerti o sfumati, ad eccezione della Crimea che è una penisola ben definita.
L’Ucraina occidentale, a lungo (250 anni) sotto il controllo Polacco-lituano, la cui parte più a ridosso dei Carpazi e intorno alla città di Leopoli è stata della Polonia tra 1920 e 1945 e prima dell’impero austroungarico..
L’Ucraina orientale, dai contorni indefinibili, storicamente più legata all’Asia e alle ripetute invasioni mongole e tatare ed alla riconquista moscovita di questi territori.
L’Ucraina centrale, di Kiev e a cavallo del fiume Dnepr fino ad Odessa e il mar Nero, corrispondente alla storica Rus di Kiev (IX-X secolo) che i russi («di Mosca») considerano culla della loro storia religiosa e linguistica.
Infine la Crimea, con una storia (che coinvolge anche l’impero Ottomano), una conformazione geografica peninsulare ed un clima che ne potrebbero fare una caso a sé.
Lingua. Le differenziazioni tra russo e ucraino (e bielorusso) possono provocare una guerra accademica tra linguisti e/o esperti di letteratura, ma solo strumentalmente per rivendicare appartenenze identitarie e affermazioni di diversità/separazione «da sempre», viste le frequenti «sovrapposizioni» storiche e gli intrecci culturali intercorsi. In concreto l’Ucraina coi confini attuali ha la distribuzione dei due maggiori gruppi linguistici parlati con i russofoni maggioritari a est e gli ucrainofoni a ovest e la parte centrale di Kiev variamente sfumata nel passaggio linguistico tra le due parti dell’est e dell’ovest. La Crimea è maggioritariamente russofona (58%) con una significativa presenza tatara (12%).
Genere di vita. L’impero degli zar e soprattutto i settanta anni di Unione Sovietica hanno lasciato il segno omologante sia sulle strutture urbane che nelle abitudini di vita. Il processo di cambiamento e di differenziazione, anche socio-economica individuale, in Ucraina è iniziato solo dopo la fine dell’URSS (1991) ed è quindi un fatto molto recente che ha interessato più le aree a contatto con l’Unione Europea rispetto a quelle geograficamente più lontane dell’est, la cui economia è ancora strettamente legata a miniere, acciaierie e industrie del periodo sovietico e quindi alla Russia. Le aree linguistiche corrispondono quindi, a grandi linee, anche ad aree socio-economiche.
Dal punto di vista religioso la maggioranza degli ucraini si dichiara non religioso; per il resto, pur nell’ambito di una generale diffusione largamente maggioritaria della religione cristiana ortodossa, ci sono divisioni interne sia con la chiesa di rito orientale, ma unita (da cui il termine «uniate») alla chiesa cattolica e più presente a ovest e nel centro, che con le due chiese/patriarcati «autocefali» che non riconoscono l’autorità del patriarcato di Mosca, con posizioni e argomenti simili al nazionalismo politico e con diffusione più forte nel centro (e ovest).
La Crimea, luogo di vacanza dall’epoca imperiale e poi sovietica, con Sebastopoli base militare navale russa di primaria importanza da almeno un paio di secoli, può (e potrebbe) essere un mondo a sé. «Passata» all’Ucraina nel 1954 per decisone squisitamente iconografico-politica (commemorare i 300 anni dall’unione politica di Kiev con Mosca) all’interno di un sistema di repubbliche (URSS) indifferenziate socio-economicamente e ideologicamente ‘sorelle’, i suoi cittadini russofoni considerano l’avvenuta (anche se non riconosciuta) reintegrazione nella Federazione Russa come un «ritorno a casa»; e così i russi. Sul piano pratico e anche su quello iconografico questo cambiamento geopolitico ha tutte le caratteristiche per poter essere «indolore»; le questioni pratiche (es.: titolarità dei funzionari pubblici, pagamenti e tasse, monete di scambio, import-export, ecc.) possono essere risolti su un piano pratico funzionale.
Purché non vengano poste le questioni della sovranità lesa e dell’integrità territoriale da non modificare, e si concepisca e permetta che una «collettività autocosciente [decida di] solidarizzare e collaborare, senza l’ingerenza ingombrante degli Stati, in un quadro di riferimento federale» , che può valere sia entro gli stati attuali che a livello europeo e mondiale (CERRETI, 1999, p.53).
Nel caso Crimea la ben identificabile separazione fisica ha favorito una dinamica che non è stata cruenta; anche la presenza militare russa nella base di Sebastopoli, e non solo, ha certo contribuito a smorzare velleità di azioni di forza da parte del governo di Kiev, che era inoltre ancora in preda agli scompensi che un cambiamento rapido di regime e leader comporta. Tanto per ribadire ancora una volta «come il controllo territoriale sotto l’aspetto militare resti anche nel terzo millennio una categoria strategica di primaria importanza» (LIZZA, 2009, p.39); paradossalmente strategica più nelle conflittualità tra stati egemoni che nei conflitti locali contemporanei, impropriamente chiamati guerre civili o «insorgenze» o «terrorismo» in cui una parte dei combattenti usa strategie e tecniche «irregolari».
Più complicato il caso delle regioni ribelli dell’est Ucraina che pure hanno una situazione socio-economica simile alla Crimea, ma con due deficit rilevanti rispetto a quella: 1) manca la presenza di truppe russe (anche se ci sono oltreconfine), 2) manca una possibile delimitazione «naturale», fisica, cui trasferire iconograficamente il senso della richiesta di indipendenza; i confini sono quelli amministrativi decisi in periodo sovietico. Anche questa dinamica avrebbe potuto essere gestita sul piano funzionale (con una trattativa sul grado di autonomia da concedere) e senza arrivare alla secessione dei territori. Ma in questo caso i due fattori mancanti hanno dato più peso ai tabù politico-mentali e ai mantra mediatici della sovranità intaccata e dell’integrità territoriale da difendere «a qualunque costo» che hanno avuto il sopravvento; e quando da ambedue le parti si mobilità l’iconografia della patria e ci si considera reciprocamente terroristi le possibilità di negoziazione si riducono a quasi niente e non resta sul campo concreto che la vittoria del più forte (se c’è) o una strisciante conflittualità asimmetrica il cui prezzo viene pagato prevalentemente dai civili. A meno che «un grave fatto» come l’abbattimento di un aereo civile con quasi trecento passeggeri (luglio 2014), dopo l’iniziale reciproco scambio di attribuzione di responsabilità, porti ad interrompere la spirale iconografica per cominciare a discutere delle cose e non delle rappresentazioni. Ma a livello dei decision makers e mediatico la forza simbolica di sovranità e integrità territoriale è ancora molto, molto forte.

Nel caso Ucraina l’Occidente si è schierato subito con il nuovo governo ucraino dopo la fuga del presidente Janukovic che, pur essendo stato eletto democraticamente nel 2010, a detta dei mass media occidentali avrebbe perso la propria legittimità per la repressione cruenta dei manifestanti di piazza (un centinaio di morti). Anche Bashar Assad, presidente siriano, avrebbe perso la propria legittimità, se mai l’Occidente gliel’ha mai concessa, perché ha bombardato i quartieri delle città occupati da gruppi armati ribelli (variamente finanziati da Qatar, Arabia Saudita, Turchia e … Occidente). Il generale egiziano Al Sisi, autore di un colpo di stato contro il presidente eletto democraticamente, che ha provocato nel giro di qualche mese più di mille morti tra i manifestanti di opposizione, la messa fuori legge del partito del vecchio presidente (incarcerato), con condanne a morte in blocco a centinaia di attivisti dei Fratelli Musulmani accusati di terrorismo, sembra non aver perso legittimità perché un Egitto di nuovo gestito dai militari è funzionale alla struttura egemonica cioè alla cosiddetta «stabilità», in particolare del Medio Oriente così come lo concepiscono le potenze egemoni.
Le dinamiche conseguenti al conflitto armato interno siriano, però, hanno favorito la comparsa di un nuovo, agguerrito gruppo combattente che oltre ad conquistare manu militari qualche città e basi petrolifere irachene ha dichiarato di voler ripristinare il califfato islamico e ha proclamato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS). Dopo tre anni di conflitto interno siriano appare più probabile che il regime siriano fosse più funzionale alla «stabilità» rispetto ai diversi gruppi combattenti islamici che si possono facilmente armare e sostenere, ma difficilmente controllare quando sono stati messi in condizione di agire soggettivamente sul terreno (proprio come gli indipendentisti ucraini dell’est). Inoltre questi gruppi sono fatti di «partigiani senza territorio, perché un territorio non lo posseggono o perché non posseggono un senso del territorio» (COLOMBO, 2006, p.301); in ogni caso hanno una logica spaziale (armata) che non è quella degli stati e una concezione della «potenza» certo iconograficamente molto diversa.

 

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