Confini rigidi o confini flessibili e funzionali?

(2022-04-25)

Con la fine della Prima guerra mondiale i nostri libri di storia dicono che è finita l’epoca degli imperi (in Europa) e che si affermano gli stati-nazione. L’idea di un simile cambiamento istituzionale e territoriale si è sviluppata soprattutto durante il XIX secolo e ha potuto concretizzarsi dopo lo sconvolgimento istituzionale e sociale, oltre che economico, provocato dalla guerra mondiale. Come molto spesso succede, solo dopo una grave crisi i gruppi umani e le autorità che dicono di rappresentarli accettano o propongo cambiamenti che prima sembravano impossibili o venivano affermati come tali.

Mi sembra, però, che i testi per le scuole tendano a sottostimare che la formazione degli stati-nazione dopo il 1918, con la fine degli imperi prussiano, austro-ungarico, russo e ottomano, ha significato anche un cambio di paradigma concettuale, sociale e istituzionale, che ha impiegato molto a essere interiorizzato, sia a livello popolare sia a livello di parte della classe dirigente dei singoli nuovi stati, che si era formata sotto gli imperi.

I modi e le pratiche della gestione interna degli imperi, il concetto di legittimazione dell’autorità, e quindi del potere e delle leggi, sono radicalmente diversi in uno stato-nazione, come pure la concezione dei confini. Gli imperatori concepivano come possibile una modifica dei “loro” territori: potevano espandersi o ridursi, perciò i confini erano percepiti come flessibili, modificabili a seconda delle circostanze e degli eventi storici (guerre, matrimoni, scambi negoziati, controllo di sfere di influenza). All’interno di un impero, la legittimità era riferita al sovrano e tutto il territorio era “suo”.

I legami affettivi con lo spazio locale, le pratiche sociali nel proprio territorio erano “confinate” nell’ambito delle relazioni personali, ma, tranne che per i confini delle proprietà private, non avevano valenza normativa territoriale. Le diverse comunità interne degli imperi, linguistiche, religiose, con pratiche sociali proprie, erano legate fisicamente alla comunità di relazioni entro cui preferivano vivere, ma si sentivano libere di muoversi entro l’impero. Individualmente, e/o come gruppo familiare, tutti tendenzialmente si adeguavano alle regole sociali della nuova comunità in cui vivevano, mantenevano alcune pratiche entro l’ambito e lo spazio familiare, ma certo non vivevano questo come una marginalizzazione o addirittura una esclusione dall’impero: non si sentivano cittadini esclusi perché la legittimità era riferita alla fedeltà all’imperatore che proteggeva tutti i sudditi leali alla sua persona, non allo spazio dell’impero. La patria era il corpo dell’imperatore, non il territorio di ciascuno.

Lo stato-nazione, invece, parte dal presupposto di rappresentare territorialmente una comunità umana, una nazione. Quindi i confini acquisiscono la valenza simbolica di contenere un gruppo umano che condivide pratiche sociali, abitudini, tradizioni, valori, simbolicamente rappresentativi di quella specifica nazione. Hanno un valore iconografico che deve essere affermato simbolicamente, mantenuto nella pratica e quindi difeso dai cambiamenti. Si è cittadini “veri” dello stato-nazione se si condividono le pratiche comuni. I confini, quindi, sono concepiti come rigidi contenitori di una comunità pensata come omogenea, che tendenzialmente non vuole cambiare, soprattutto le proprie iconografie.

Lo stato democratico, però, come idea e presupposti si fonda su principi diversi; vale come esempio l’articolo 3 della Costituzione italiana che riconosce la cittadinanza, cioè l’uguaglianza davanti alla legge, a tutti, a prescindere da idee politiche, religione, sesso, colore della pelle e pratiche sociali, con il solo limite che siano approvate dalle leggi. Ma anch’esso concepisce i confini come rigidi e non modificabili se non a condizioni procedurali articolate e complesse, che sostanzialmente li rendono quasi eterni.

Questa rigidità concettuale, post-imperiale, dei confini è ancora oggi la cornice dell’ambiguità irrisolta nell’abbinamento tra il concetto di stato e quello di nazione, che sono diversi. Ma poiché le relazioni internazionali sono gestite quasi esclusivamente dagli stati-nazione, l’idea dei confini rigidi è diventata un’iconografia internazionale, secondo cui sono da preservare così come sono, altrimenti c’è l’instabilità e quindi la guerra.

Dopo il 1918 in Europa e in Medio Oriente sono stati tracciati dei confini di stati-nazione, ma questo non ha garantito la pace. Dopo la Seconda guerra mondiale in Europa i confini sono stati cambiati e, per rispettare il principio che siano “contenitori” di nazioni, milioni di europei hanno dovuto, o voluto, spostarsi per restare vicini ad altri esseri umani con cui condividevano lingua e pratiche sociali.

Da allora l’idea dell’intoccabilità dei confini è diventata un mantra indiscutibile, diffuso in tutto il mondo con il processo di decolonizzazione, che ha di fatto imposto ai nuovi stati nazionali di Africa e Asia dei confini decisi o sostanzialmente orientati dai paesi colonizzatori, sulla base del principio del “contenimento” di singole nazioni. Il fatto è che non esiste uno stato al mondo che contenga una sola nazione: può cambiare la consistenza numerica della minoranza o delle minoranze esistenti, ma nessuno stato al mondo è “puro”. Perché una delle caratteristiche degli esseri umani è che si sono sempre mossi, si muovono e una parte di ogni gruppo umano, anche se minoritaria, vuole, o è costretta, muoversi.

Come analista geopolitico ho visto e studiato un continuo susseguirsi di guerre, conflitti, scontri, prevaricazioni, persecuzioni fatte tutte in nome della nazione e aventi come causa prima i confini che si vorrebbero cambiare. Il sistema concettuale e normativo delle relazioni internazionali però non consente di farlo, se non in casi limitati e a condizioni procedurali che ne rendono molto difficile la realizzazione.

Quindi non c‘è niente da fare? In realtà si potrebbe, e c’è chi ha suggerito da tempo di considerare i confini come funzionali. Cioè quelli che ci sono non si spostano, ma sono considerati funzionali alle relazioni transconfinarie, con normativa apposita che tenga conto delle esigenze pratiche, soprattutto economiche e di vita quotidiana, non delle iconografie, degli individui che vivono dalle due parti del confine. L’esempio UE dei finanziamenti a tutti gli accordi transconfinari interni e il Sudtirolo-Alto Adige sono i migliori e più adeguati esempi che si possano fare.

Ma questo è il risultato di un progressivo e voluto processo di avvicinamento, di omogeneizzazione normativa, di riduzione del valore iconografico delle proprie pratiche sociali per cercare l’accordo e il coordinamento con altri esseri umani non solo territorialmente vicini, ma anche entro tutta l’Unione Europea. Questo però è in contrasto con l’idea e con le pratiche dello stato-nazione; e infatti proprio alcuni stati-nazione negli ultimi anni (Polonia, Ungheria in primis) hanno attivato pratiche di resistenza rispetto alla direzione più integrata che l’Unione Europea vorrebbe praticare.

I confini possono essere funzionali, io dico anche flessibili e/o cambiati tramite negoziazione, ma viviamo ancora entro una gabbia concettuale internazionale che li pensa come rigidi, intoccabili, eterni. Quello che ho visto nella pratica è che così si fanno le guerre o gli atti di forza da parte degli stati-nazione militarmente più forti.

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